Grave discriminazione linguistica nella ricerca: editori italiani valgono un terzo di quelli esteri

Ricevo e pubblico volentieri quanto segue. Dal mio punto di vista di ricercatore (per quanto precario, sempre di ricercatore si tratta!) il problema principale è nell’automatismo dei criteri di valutazione. Non si può valutare allo stesso modo una ricerca in medicina e una in storia dell’arte. Ci sono ambiti di ricerca legati al territorio, come filologia germanica, che è legata alle lingue germaniche, e matematiche, che non lo è per definizione. Detto questo, l’esterofilia stupida e la quantificazione selvaggia dei parametri va evidentemente a scapito della qualità. Perché i criteri sono grossolani, molto semplicemente. La cosa che stupisce dietro queste decisioni è proprio la stupidità: a questo punto preferisco un esplicito protezionismo alla francese, magari esagerato, ma perlomeno non stupido. Il MIUR dovrebbe cercare di far pesare di più la ricerca italiana, non renderla sempre più difficile. Questa dell’Anvur è solo una tessera di questo spaventoso e coordinato, ahimè, mosaico.

I CRITERI PROPOSTI DALLA AGENZIA NAZIONALE DI VALUTAZIONE DEL SITEMA UNIVERSITARIO E DELLA RICERCA SFAVORISCONO CHI PUBBLICA IN ITALIANO

L’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) sta portando avanti una politica di sistematico disincentivo ad utilizzare la lingua italiana nelle pubblicazioni scientifiche. Il 22 giugno scorso, l’ANVUR ha pubblicato una lista di criteri e parametri di valutazione dei candidati e dei commissari dell’abilitazione scientifica nazionale che generano una intollerabile discriminazione linguistica ai danni dei ricercatori che vogliono pubblicare in italiano.

Secondo questi criteri, una monografia pubblicata presso un editore internazionale ha peso 3 punti, mentre la stessa monografia pubblicata presso un editore italiano ha peso 1. Insomma, a prescindere dal contenuto, l’ANVUR decide che un saggio pubblicato in italiano presso un buon editore come Il Mulino o Carocci vale tre volte meno di un libro pubblicato per un editore spagnolo con diffusione in Sud America o di un saggio in inglese pubblicato da un mediocre editore olandese.

Questo introduce nel sistema un’ingiusta discriminazione linguistica contro i ricercatori che vogliono pubblicare in italiano e un grave attacco alla diversità linguistica. Perché un ricercatore tedesco che lavora in una università Italiana e pubblica saggi presso un editore di lingua tedesca deve essere valutato tre volte di più di un ricercatore che pubblica in italiano? L’ANVUR ha deciso che gli editori italiani sono tutti mediocri e non sono e non potranno mai essere internazionali. C’è da chiedersi quale sarà il futuro dell’editoria italiana, visto che è legittimo aspettarsi che nessun ricercatore italiano vorrà più pubblicare nella lingua nazionale nel prossimo futuro.

Michele Menciassi
Segretario Associazione Nitobe
per la giustizia e democrazia linguistica

Candida ingenuità o piatto di lenticchie?

Ricevo dal Coordinamento dei Precari della ricerca e della docenza – Università (CPU) e malvolentieri ripubblico (per il contenuto, che prende toni drammatici):

Candida ingenuità o piatto di lenticchie?

La commissione bilancio del Senato ha espresso parere contrario per mancanza di copertura a tutti gli emendamenti al decreto milleproroghe che avrebbero consentito di prorogare gli “sconti” sul calcolo della spesa in stipendi degli atenei. Tale gravissima decisione pare del tutto destituita di fondamento, dal momento che tale disposizione è stata presente per anni nei milleproroghe passati e avrà il gravissimo effetto di produrre una paralisi totale del reclutamento negli atenei italiani, spazzando via la presunta “tenure track” (in realtà “precarizzazione del ricercatore”), il reclutamento di professori associati e qualsiasi proposito di ringiovanimento del corpo docente italiano. Solo i rettori della CRUI potevano credere che l’approvazione della “riforma” Gelmini avrebbe convinto il ministro dell’economia Giulio Tremonti ad aprire i cordoni della borse e favorire il rilancio dell’università. Per quanto ci riguarda, dobbiamo invece constatare come le motivazioni delle proteste autunnali erano e sono drammaticamente valide. I proclami del ministro Gelmini e gli entusiasmi dei rettori della CRUI sono serviti solo a coprire un’operazione devastante di smantellamento dell’università pubblica e del libero insegnamento.

Diffondiamo nuovamente il testo di un profetico comunicato che abbiamo già diffuso lo scorso 2 gennaio:

PASSATA LA FESTA, GABBATO LO SANTO (E ANCHE LA GELMINI, LA CRUI, VALDITARA, QUAGLIARIELLO…)

In perfetta simultaneità con la definitiva promulgazione della cosiddetta “riforma Gelmini” (in realtà “legge Tremonti”), è apparso in Gazzetta Ufficiale il testo del tradizionale decreto milleproroghe di fine anno. Stavolta, c’è un bel regalo per tutto il mondo universitario: l’assenza della proroga degli sconti nel calcolo della spesa in stipendi degli atenei. Evitando di entrare nei dettagli tecnici, questa bella novità avrebbe l’effetto di portare quasi tutte le università oltre il 90% nel rapporto stipendi/FFO, provocando un blocco del reclutamento che comprenderebbe anche i nuovi contratti da ricercatore a TD, ovvero la “tenure trash”, pilastro della pseudo-riforma appena approvata dal Parlamento.

Non c’è voluto molto tempo perché si chiarisse in maniera inequivocabile e definitiva quale è il vero fine della politica universitaria dell’attuale maggioranza di governo: non riforme epocali, ma epocale distruzione del sistema dell’istruzione universitaria e delle ricerca pubblica. E’ evidente che il ministro Gelmini e i suoi pretoriani (i vertici della CRUI, il consulente Schiesaro, i senatori Quagliariello, Valditara, Asciutti, Possa…) sono stati bellamente presi in giro dal ministro dell’economia. Se davvero si volesse valorizzare il merito nel nostro paese, questi personaggi, a partire dal ministro, dovrebbero prendere atto della propria incapacità politica e rassegnare immediatamente le dimissioni dagli incarichi che ricoprono. Purtroppo, come era facile intuire il vero fine della politica universitaria di Tremonti, è altrettanto facile prevedere che, come al solito, prevarrà l’amore per le poltrone e per le posizioni raggiunte.

Non potendo contare sull’azione del ministro e tantomeno su quella di coloro, a partire dalla CRUI, che in questi mesi sono stati complici interni ed esterni della devastazione dell’università, ci rivolgiamo al mondo universitario e a tutte forze che si stanno battendo per la difesa e il miglioramento dell’università pubblica affinché esercitino la propria pressione per contrastare anche questa nuova iniziativa del ministro dell’economia.

Impact factor e ricerca in Italia

Ricevo da Andrea Fontana e volentieri ripubblico:

L’ERA chiede incontro urgente al Ministro circa i criteri di: assunzione ricercatori, finanziamenti università , retribuzioni docenti.

L’associazione radicale Esperanto scrive al Ministro Gelmini, preoccupata che le assunzioni dei ricercatori, i finanziamenti delle università e le retribuzioni del corpo docente vengano legati ad indici bibliometrici basati esclusivamente su banche dati anglosassoni che privilegiano sistematicamente le produzioni in lingua inglese, come nel caso degli indicatori elaborati dall’Institute for Scientific Information facente capo all’azienda statunitense Thompson Scientific.

E’ importante, si indica nella lettera, che il Ministero tenga opportunamente conto della diversità linguistica e della specificità
culturale del nostro Paese e che la lingua italiana non venga penalizzata de jure o de facto dai sistemi di valutazione che il Ministero intende adottare.

E’ necessario sviluppare un sistema di indicatori bibliometrici che, per esempio, ponderino gli indici bibliometrici in relazione alla taglia demografica della comunità linguistica. Tale sistema deve essere fondato su banche dati multilingui che riflettano la reale presenza di scienziati non anglofoni nel mondo accademico e che diano giusta visibilità a riviste accademiche ingiustamente escluse dalle banche dati americane.

In tal modo si eviterebbero, continua il testo, effetti del tipo profezia che si auto-avvera – secondo cui più si dichiara che le riviste anglofone sono le sole che contano, più si spingono i ricercatori a pubblicare su quelle riviste, rafforzando l’elemento di discriminazione linguistica nei confronti di tutti i ricercatori non anglofoni e incrementando ulteriormente il già grande vantaggio economico di cui godono i paesi anglofoni – e si permetterebbe una gestione sostenibile della diversità linguistica con ricadute positive sulla creatività degli scienziati, così come il bilanciamento, almeno in parte, dell’immenso vantaggio che gli anglofoni traggono dall’egemonia della loro lingua.

Su Democrazia Linguistica potete leggere il testo integrale della lettera.