Perché i precari oggi non possono non tentare l’abilitazione.

La Rete 29 Aprile ha lanciato un appello per l’astensione alle procedure di abilitazione nazionale per professori associati e ordinari.

Chi mi segue sui social network cone Facebook e Twitter sa che sono d’accordo sulla maggior parte delle analisi sul piano di smantellamento dell’Università pubblica da parte degli ultimi governi, accelerato e aggravato dalla riforma Gelmini.

Tuttavia, questa volta non aderisco all’appello. Perché per i precari è un suicidio accademico. Chi come me non è riuscito a diventare ricercatore universitario — figura in estinzione dopo la riforma — non può che puntare su diventare professore associato, nel medio termine. E questo significa passare per le abilitazioni nazionali. Che sono fatte male, in tutti i sensi. L’uso idiota dell’impact factor, impensabile in un paese civile (e infatti siamo incivili). La stramberia della mediana anziché la media… I tempi strettissimi delle commissioni. Ma non c’è altro modo.

Anche dire “ma io me ne vado all’estero” non è la soluzione. Per un precario oggi l’estero è la Cina o altri paesi emergenti. Nei paesi occidentali la mobilità dei precari è un periodo di ricerca limitato nel tempo, perché si sa che uno dopo torna, nella maggior parte dei casi.

Andare all’estero come strutturati accade se si è già strutturati. Perciò bisogba tentare l’abilitazione. Io la tenterò.

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