Molti spunti sull’origine del linguaggio, soprattutto dai non linguisti

Ieri e l’altro ieri (25 e 26 giugno) si è tenuto il presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca il Primo Convegno interannuale della Società di Linguistica Italiana, di cui sono membro. Si tratta di una novità importante, perché è – si auspica – il primo di una nuova serie di convegni in cui i linguisti si confrontano con scienziati non linguisti su tematiche di comune interesse. Non vengono dunque presentati risultati nuovi di ricerca, come nei congressi usuali, ma si invitano esponenti che abbiano ottenuto dei risultati su un certo tema dimodoché li presentino ai colleghi di discipline affini. Un’operazione di alta divulgazione, ben riuscita, che ha visto linguisti dialogare con neurologi, filosofi della scienza, antropologi, genetisti, biologi.

Poiché non so niente di genetic, biologia, e teoria dell’evoluzione postdarwininana, per me le relazioni più interessanti sono state quelle dei non linguisti, e volevo condividere qualcosa che ho imparato in questi due giorni. È noto che il dialogo tra le scienze della natura e le scienze umane (o dello spirito, come si diceva una volta, ci ha ricordato Lia Formigari) si è interrotto tra fine 1800 e inizio 1900, quando la linguistica ha cominciato a configurarsi come disciplina autonoma, con Ferdinand De Saussure e lo strutturalismo. La linguistica è diventata una disciplina disincarnata, dove il ruolo del bios nel linguaggio non viene preso in considerazione: più che interessarsi dei fattori biologici insiti nella facoltà del linguaggio, ci si interessa delle lingue storico-naturali. Questo aveva la sua giustificazione storica, naturalmente, ma oggi i tempi sono cambiati. Anche la rivoluzione di Noam Chomsky non ha aiutato , come è stato notato da molti: Chomsky idealizza il parlante in maniera astratta: il corpo umano è del tutto assente, relegato in periferia, con la prossemica e poco altro.

Perché invece è interessante per il linguista recuperare il ruolo del corpo? Innanzitutto, l’ipotesi più accreditata è che i nostri antenati homo sapiens sapiens che sono usciti dall’Africa 60.000 anni fa “parlassero” una lingua dei segni, come i sordi oggi. Questo sostanzialmente perché le aree corticali del cervello legate al linguaggio sono anche legate al gesto e al motorio. Un bel colpo alla priorità del parlato che abbiamo tanto sbandierato noi linguisti per anni…

Dall’altra parte, non bisogna pensare che ci sia una correlazione di dipendenza tra geni e lingue. Questo errore macroscopico compiuto dal naturalismo romantico europeo viene spazzato via dalle ultime tecniche di analisi molecolare del DNA: i marcatori molecolari analizzati con tecniche bioinformatiche arrivano a 2 milioni, e i metodi si chiamo significativamente ‘admix’ e ‘frappe’. Insomma, siamo tutti discendenti in percentuale di tutte le parti del mondo, visto che i nostri antenati hanno colonizzato i cinque continenti: un bel colpo a tutti i purismi razziali, che non hanno nessun fondamento scientifico, che mostra invece mix e frullati di geni, grazie alle migrazioni in tempi remoti.

Lo studio di Davide Pettener e altri su popolazioni isolate, sia in Italia (Arberesche e Walser) che altrove (Uros) mostra che si danno tutti i casi: gli Arberesche hanno mantenuto corredo genetico (con l’endogamia) e lingua, i Walser la lingua ma non la specificità genetica, mentre gli Ayamana sono geneticamente degli Uros ma parlano una lingua diversa — è avvenuto un language shift. Anche questi dati mi sembrano sommamente interessanti. Un dato curioso: si dice che gli etruschi provengano dall’Anatolia, per alcuni tratti dell’etrusco simili alle lingue turche. Be’, non ha senso vedere il corredo genetico dei toscani di oggi, perché ci sono stati troppi mescolamenti nei secoli, però qualcuno furbo è andato a vedere il corredo genetico dei bovini maremmani, che guarda caso sembra abbiano parentele con i bovini anatolici! Un bell’esempio di come discipline esterne alla linguistica possano far luce su questioni dibattute da secoli, oramai.

L’altro elemento generale che mi è piaciuto molto è l’accortezza che tutti dobbiamo avere su alcuni termini chiave, come origine, evoluzione o adatamento. Telmo Pievani ha spiegato che oggi non viene considerata come valida nessuna teleologia: un organo non si è evoluto perché serviva a un certo scopo, anzi di solito serviva a un altro scopo e al mutare delel condizioni esterne si è adattato a una nuova funzione (exaptation, per quanto ne ho capito). Nemmeno è accettata una linea che va dal più semplice al più complesso nell’evoluzione, oppure ancora che sopravvive meglio il più adatto all’ambiente: il mondo è troppo complesso per essere descritto con un telos, anche il mondo degli evoluzionisti.

Insomma, giornate molto produttive per me, ho imparato molto.

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