Ben poco futuro per la RAI con Democratica

Ieri sono stato all’incontro di Democratica, la scuola politica di democrazia del Partito Democratico, per parlare del futuro della RAI. Non è stata una grandissima delusione solo perché non avevo grandi aspettative. Tanto per cominciare, non sono riuscito a parlare, e con me la maggior parte degli invitati. I grandi nomi hanno occupato tutti gli spazi, e i lavoratori RAI di Milano in trincea non hanno avuto spazi adeguati di intervento.

Ma qualcosa di interessante ho imparato. Lo sapevate che il canone RAI genera circa 1.600 milioni di euro l’anno contro i meno di 300 milioni di pubblicità? La relazione di Sergio Cusani per la CGIL ha mostrato che i bilanci dal 2005 al 2009 mostrano un’azienda in stato di crisi, che invece di ammodernare la produzione ancora in analogico a Milano, fanno chiudere i centri di ricerca — che tra l’altro hanno contribuito a definire lo standard MPEG negli anni d’oro — e spendono la maggior parte in prodotti e format in licenza ad uso limitato, non accrescendo il tesoro della RAI, vale a dire la sua teca storica, che non viene valorizzata. Cusani ha parlato di un profilo aziendale di un’agenzia di brokeraggio, invece che di una rete televisiva.

A fronte di questo, invece di parlare di servizio pubblico, si è parlato di azienda. L’UE dice che è la televisione di stato con maggiori introiti pubblicitari d’Europa, ma il problema continua ad essere il fare la concorrenza con Mediaset. La fascia d’età in cui la RAI va forte è gli ultrasessantacinquenni, nella fascia 45-55 va alla pari con Mediaset, sotto il differenziale è del 20% circa. Così riporta Gentiloni. Ma nessuno va a vedere che l’audience assoluta è in calo dappertutto, perché questa televisione, tutta, è vecchia e polverosa. Si guarda al passato, si raccontano aneddoti, ma non si costruisce il futuro.

La disaffezione al canone vorrebbe essere risolta nascondendo la gabella nella tassazione ordinaria, invece di chiedersi cosa si dà in cambio ai contribuenti, o almeno i telespettatori, che rimangono completamente fuori dai discorsi.

Perché non dare potere a chi paga il canone di finanziare questo o quell’altro programma con delle class action interne? No, tutti d’accordo che la politica (leggi: i partiti) deve decidere i palinsesti. Gad Lerner ha raccontato come è uscito dalla RAI 11 anni fa, quando il politico di turno si è lamentato che il suo comizio alla Festa dell’Unità è stato passato al Tg1 come la seconda notizia anziché la prima.

Ma chi deve decidere? Il direttore del Tg1 o il politico?

Si parla poco di La7, non si parla di SKY, solo il giornalista del Corriere, Massimo Muchetti, ha citato le parole “web” e “google”. Gli altri parlano di internet così, nel vago. Le opportunità delle (non più) nuove tecnologie rimangono fuori dal dibattito.

L’unica cosa chiara è che “l’azienda deve dimagrire perché ha un perimetro troppo largo” (Gentiloni). I lavoratori RAI presenti cominciavano a tremare. Peccato che al momento di discutere davvero erano andati via quasi tutti (eccezione: Vincenzo Vita).

E questa sarebbe una scuola di democrazia?

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