Il lupo d’argento. Capitolo primo. 1-1

Il lupo d’argento. Capitolo primo. La Foresta Nera

‘Sei troppo giovane!’ Il duca Henricus aveva l’aria stanca. Faceva freddo, nella tenda, nonostante fosse la più grande dell’ intero accampamento. L’inverno era alle porte, e i soldati di Henricus erano stanchi e sfiduciati. Il duca ne era dolorosamente cosciente. Il tavolo davanti alla sedia del duca – non era un trono, solo una sedia alquanto rozza – era ingombro di carte militari, piene di segni e cancellature evidenti.

Normalmente non mi avrebbero nemmeno fatto entrare nella tenda regale, pensò il ragazzo in piedi, rigido, in attesa dell’udienza. Ma ora la situazione è critica, e non c’è più tempo da perdere. Io posso fermarli. Io lo so, si disse con convinzione. Mio padre mi ha insegnato come costruire balestre di ogni dimensione, se solo il duca mi lasciasse una possibilità… Doterei questo esercito di armi che non li farebbero nemmeno avvicinare, questi misteriosi cavalieri tartari!

I tartari erano alle porte della Baviera, lo sapevano tutti, nell’accampamento come nei villaggi, e nulla sembrava fermarli. Heinrich si faceva chiamare alla latina Henricus, per accattivarsi il favore della Chiesa di Roma, che era alla ricerca del nuovo Carlo Magno da oltre un secolo, e diventare finalmente legittimo re. Dalla Baviera al Sacro Romano Impero… Fermò le fantasticherie con uno sforzo di volontà.

Come farò a fermarli? si disse, il volto reso scuro dalla preoccupazione. I miei informatori hanno detto che perfino l’erba smette di crescere al loro passaggio. Quando sono riusciti a tornare a riferirmelo. Rabbrividì. Sono dèmoni, non esseri umani!

‘Sei troppo giovane,’ ripeté stancamente il duca, rivolto a nessuno in particolare, mentre si passava una mano sulla fronte, il gesto stanco, meccanico.

‘I miei armigeri non ti darebbero mai retta, hai solo diciannove anni.’ Il ragazzo sentì la rabbia salirgli alla gola, ma quando stava per aprire bocca, una mano ferma sul suo braccio lo trattenne.

‘Mio signore.’ Era stato Bernhard a fermarlo. Era uno dei luogotenenti del duca, il più fidato. Il duca lo chiamava sempre ‘Bernardus’, nel suo rozzo latino, perché era cattolico, e diceva che tutti dovevano abituarsi alla lingua della civiltà e dello splendore, perduti da secoli ma mai dimenticati.

‘E’ vero, questo ragazzo è giovane,’ acconsentì l’uomo, con voce conciliante, ‘ma è anche vero che è il miglior balestriere che io abbia mai conosciuto. E il mio signore sa quanti ne ho visti.’ Un guizzo nello sguardo di Henricus confermò che l’argomentazione di Bernardus era giunta a segno.

‘La sua balestra spara dardi più lontano di qualsiasi altra,’ aggiunse. Prese fiato. Adesso veniva la parte più difficile. ‘E di qualsiasi arco in nostro possesso. Il raga… Heinrich, chiede solo di essere ammesso nelle vostre fila. Lui è disposto a insegnare la sua arte ai nostri armigeri, così da potenziare l’esercito del mio signore…’

‘Basta!’ urlò Henricus, il volto paonazzo. I cani sotto il tavolo grugnirono, innervositi dallo sfogo improvviso. Solo le due guardie del corpo in piedi ai lati del tavolo erano rimaste immobili, abituate a quegli scatti d’umore. Persino Bernardus ne era stupito. Era compagno d’arme di Henricus da quando entrambi avevano l’età di Hildebrand, ma al momento il duca non sembrava dar peso a questo.

‘Io lo so cosa vuole questo ragazzo,’ continuò Henricus, che nel frattempo si era calmato. ‘Una terra per sé. Un titolo. Una garanzia per la sua discendenza. Credi che non l’abbia capito, Bernhard?’ Aveva dimenticato il nome latino. Cattivo segno, aveva perso il controllo. Ma quello che diceva rispondeva al vero. Il fatto è che tutti gli uomini assoldati da Henricus volevano la stessa cosa: una terra dove piantare radici. Per questo il suo esercito era diventato d’improvviso pieno di reclute. Ma nessuno aveva fatto una proposta simile a quella di Hildebrand. L’arroganza della gioventù, pensò il duca.

‘Il nemico è alle porte. Non avremmo tempo di costruire i dardi per le balestre che ci sta proponendo, figuriamoci istruire gli armigeri. Bernardus, dobbiamo essere realistici.’ Parlava come se Hildebrand non fosse lì. Aveva ripreso perfettamente il controllo.
‘L’unica cosa che sappiamo è che i tartari compiono razzie sempre col favore delle tenebre. Sembra che preferiscano muoversi quando la notte non è rischiarata nemmeno dalla luce della luna. Ora siamo quasi al plenilunio. Ciò significa che abbiamo almeno due settimane prima del loro attacco, aspetteranno che la luna sia all’ultimo quarto. Molte vite sono state spese per questa informazione.’ Fece una pausa.

‘La nostra posizione è buona, saremo più in alto di loro, e la Foresta Nera ci proteggerà su due lati, mentre la montagna ci proteggerà le spalle. Per calare verso le Alpi dovranno passare di qui. Se noi li fermiamo, il Papa mi incoronerà re. La questione è molto semplice.’ Il suo sguardo tornò tagliente, da stratega militare, più che da politico. ‘E qui troveranno il mio esercito ad attenderli’. Finalmente rivolse lo sguardo verso Hildebrand.

‘A quante battaglie hai partecipato, ragazzo?’ Hildebrand aprì la bocca per rispondere, gli occhi scuri del combattente di razza che lo scrutavano. Non poteva mentire. Ma non voleva ammettere che non era mai stato in battaglia in vita sua. Ma quanto si era allenato alla tecnica della doppia spada con Markus, il figlio del mastro ferraio, in attesa del suo momento! Il sorriso di Henricus era una smorfia amara.

‘Hai sentito, Bernardus?’ Il ragazzo non aveva aperto bocca. ‘E’ un novellino. E i tartari sono troppo duri per uno come lui. Lo massacrerebbero in pochi istanti. Non dobbiamo farci illusioni: non eviteremo il corpo a corpo, balestre o non balestre. So a cosa stai pensando, amico mio.’

Bernardus strinse le mascelle. Sapevano entrambi che i loro uomini non potevano farcela a sconfiggere i tartari. Avevano troppi pochi cavalli, e le armature troppo leggere. Quei tartari non erano protetti dal cuoio, ma dall’acciaio. Ed erano tutti cavalieri, niente fanteria. Henricus guardò fisso Bernardus. ‘L’unica nostra speranza è il popolo della Foresta Nera.’

‘Mio signore e padrone!’ esclamò il luogotenente, allarmato. ‘Il popolo della Foresta Nera non è umano, come facciamo a fidarci di quei…’

Un cenno imperioso di Henricus azzittì il suo luogotenente di colpo. Hildebrand aveva sgranato gli occhi all’udire quella informazione, che di certo era riservata solamente ai più fidi collaboratori.

‘Accompagnalo fuori dalla mia tenda. Ragazzo, – gli occhi neri nuovamente su Hildebrand – lo faccio per il tuo bene. Quando avrai dimostrato il tuo valore in battaglia sarai diventato un uomo, e io ti darò il compenso che meriti. È una promessa, e tutti sanno che un re mantiene sempre le promesse, altrimenti non è degno di essere re.’

Lo sguardo di Henricus si addolcì. Quel ragazzo in realtà gli piaceva, poteva essere il figlio che nessuna donna era riuscita a dargli… e diventare sua moglie. Ma non era quello il momento di farsi prendere da facili e inutili sentimentalismi.

Henricus tornò al consueto sguardo severo e giudice. Scostò malamente le carte confuse sulla tavola. Liberò una coscia di cinghiale, ne strappò un lembo con i denti, e gettò il resto ai suoi cani, in attesa sotto il tavolo. I cani cominciarono a contendersi il boccone succulento.

Mentre Hildebrand usciva scortato da Bernardus, il cuore gonfio di rabbia e amarezza, gli sembrò che perfino i cani lo guardassero torvi.

Continua…

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Il lupo d’argento by Federico Gobbo is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported License.
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