L’Italia non investe nella propria lingua e cultura: uno studio

Partendo dai dati riportati in un libro di Federico Guiglia, Sulla punta della lingua, il nuovo numero di “Pagine della Dante”, trimestrale di informazione della “Dante”, pubblica un’indagine sui contributi erogati dai principali Stati europei
per la tutela delle rispettive lingue: l’Italia si colloca sul gradino più basso. Vale la pena di leggersi questo stralcio per intero.

Quanto investono Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Portogallo, Spagna per la tutela della propria lingua e della propria cultura? Le cifre naturalmente cambiano da Paese a Paese. L’unico dato che non ammette repliche è l’ultimo posto occupato dallo Stato italiano. A ribadirlo è un’inchiesta pubblicata sul nuovo numero di “Pagine della Dante”, trimestrale d’informazione della Società Dante Alighieri, che su questo tema – partendo dal libro di Federico Guiglia, Sulla punta della lingua – ha interpellato i rappresentanti dei grandi Enti culturali e linguistici europei – Alliance Française, British Council, Goethe Institut, Instituto Cervantes e Instituto Camões – che nel 2005 hanno ricevuto insieme alla “Dante” il prestigioso “Premio Principe delle Asturie”.

Cifre alla mano: si passa dai 220 milioni di euro erogati dallo Stato britannico al British, ai 218 a favore del Goethe, fino ai 90 del Cervantes, ai 13 del portoghese Camões e ai 10,6 milioni dell’Alliance Française. E l’Italia? Fanalino di coda con 600.000 euro di contributo assegnato per il 2010 al bilancio della Società Dante Alighieri, diminuito del 53% rispetto al 2009.

«Di fronte all’egemonia dell’inglese – spiega Mario Garcia De Castro, Direttore della sede di Roma del Cervantes – abbiamo bisogno dell’appoggio istituzionale per la protezione e per la promozione delle nostre lingue. Per questo motivo è fondamentale che l’amministrazione pubblica e i Governi ci forniscano le risorse necessarie per poter diffondere i nostri idiomi che, oltre ad avere un inestimabile valore di tradizione e cultura, portano con sé anche un notevole valore economico».

Sulla consapevolezza di un vero e proprio PIL culturale punta Susanne Höhn, Direttore Generale per l’Italia del Goethe Institut: «Ci sono settori della cultura che indubbiamente producono beni materiali: facendo conoscere la propria cultura all’estero si contribuisce in modo fattivo all’incremento dell’economia in patria».

Di ridimensionamento parla anche Christina Melia, Direttrice per l’Italia del British Council, ma con proporzioni ben lontane dal “caso italiano”: lo Stato britannico ridurrà infatti il contributo al British da 180 a 149 milioni di sterline (oltre 176 milioni di Euro!) nel 2014/2015.

«Se l’Italia fosse consapevole del valore economico dei beni culturali – afferma Paulo Cunha e Silva, Consigliere Culturale del Portogallo presso l’Ambasciata di Roma – oggi probabilmente sarebbe il Paese più ricco del mondo, ben al di sopra di Cina e Stati Uniti».

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