Interlinguistica per filosofi, osservazioni

Oggi ho fatto la prima di un ciclo di cinque lezioni su pianificazione e politiche linguistiche, interlinguistica ed esperantologia alla laurea specialistica in filosofia dell’Università di Milano, invitato dall’amico e collega Paolo Valore. Sono emerse alcune osservazioni interessanti non solo per i partecipanti, e quindi le riporto qui.

Intanto: perché un filosofo dovrebbe (o potrebbe) interessarsi a queste materie? Se consideriamo la filosofia come una costruzione di linguaggi, cioè il linguaggio che costruisco mi serve per ottenere i miei risultati filosofici, allora vedere quanto delle lingue storiche-naturali è naturale (derivato dal nostro programma biologico) e quanto invece è costruzione, artificio, può essere interessante. Esperimento mentale: se Kant o Hegel avessero costruito le loro filosofie in Inghilterra o in Francia, avrebbero usato gli stessi termini, o sarebbe cambiato qualcosa nei loro metodi e risultati, solo per il
fatto che non pensavano in tedesco ma in inglese o francese?

Come sempre, inizio con una mappa mentale intitolata che cos’è
una lingua (la riporto in foto qui sopra), prima di introdurre i termini tecnici in uso nella comunità scientifica dei (socio)linguisti. Mi è arrivata a un certo punto una domanda che non mi ero posto prima, da parte di Andrea Fontana (uno studente esperantista che conosco da un po’ di tempo e che ha deciso di seguire il ciclo): perché non uso l’espressione “lingua etnica”?

A me l’idea che una lingua sia etnica sembra profondamente sbagliata. Una lingua
infatti è legata a filo doppio non con un etnos ma con un demos. Esempio: se sono un italiano nato in Italia figlio di genitori italiani ma cresciuto dall’età di 3 mesi a quella di 18 anni a Tokio, farò parte dell’etnos italiano e del demos giapponese
(incidentalmente, il mio senso di appartenenza rispetto all’italiano o al giapponese è una variabile indipendente dal mio livello di competenza linguistica). Se così non fosse, in quanto etnicamente italiano non potrei imparare da parlante nativo il giapponese, e così naturalmente non è.

Un’altra osservazione importante riguarda il fenomeno delle commutazioni di codice pesanti. Il caso è uno studente Erasmus che nella comunità di studenti esteri in un paese europeo si trovano a fare un campionato di calcio, e parlano una specie di inglese con molti innesti di spagnolo e di bulgaro, le tue comunità linguistiche prevalenti nel campus. Che cosa parlano? Direi, a occhio, una specie di pidgin. Nel rispondergli, mi sono reso conto che non ho trattato — nemmeno in maniera contrastiva — il fenomeno dei pidgin e creoli nel mio manuale di interlinguistica, se non in una breve nota. Mi chiedo oggi se tale omissione sia stata una scelta corretta o no. Altro ambito che non ho sfiorato, sempre per contrasto, è quello delle lingue dei segni. Me lo appunto come nota per una eventuale nuova edizione.

Infine, uno degli studenti ha riconosciuto nel pomodoro (il contaminuti che
uso per regolare il ritmo lezione/pausa) la tecnica del pomodoro.

Sono tutte soddisfazioni.

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