Le ragioni della protesta dell’Università

Ieri per me è stato un giorno particolare. Sono stato invitato a parlare nell’Aula Magna dell’Università dell’Insubria (in via Dunant a Varese), l’Ateneo che mi ha visto crescere professionalmente, come uomo che fa ricerca e didattica accademiche, da cinque anni precario. In platea, a Varese e in teleconferenza a Como e a Busto Arsizio, studenti, colleghi, amministrativi e docenti di ogni ordine e grado, tra cui anche Presidi di Facoltà. Tutti ad ascoltare quello che avevo da dire io, che mi sono definito precario al 100%. E ho scoperto oggi che La Provincia di Varese e un articolo di Varese News, hanno ripreso — in modo corretto e puntuale — parte del mio intervento. Confermo tutto, naturalmente. Quello che voglio aggiungere qui è un insieme di sensazioni che mi sono rimaste dalla giornata di ieri.

La prima sensazione: di aver fatto quello che ritenevo giusto. Ho raccontato una storia, la mia, simile a quella di molti altri precari della ricerca e della didattica nelle Università italiane. Non rappresentavo nessuno, non ho nessun mandato, perché i precari non sono rappresentati in quanto tali. Ma allora chi sono, questi precari? Presto detto: studenti di dottorati, borsisti, cultori della materia, assegnisti, post-doc, tutti quelli che hanno un contratto a tempo determinato con l’Università per svolgere attività di ricerca o di didattica.

Per la prima volta ho percepito di essere visibile, di essere ascoltato per il mio lavoro (sono all’Insubria da 5 anni, di cui 3 di dottorato) da un punto di vista generale, sistemico. Ecco la seconda sensazione. L’essere precari è uno stato della mente, per nulla piacevole. È come lavorare con una spada di Damocle: quando ti scade il contratto riuscirà il tuo responsabile — che magari fa tutto il possibile! — a rinnovarlo, oppure l’incertezza delle regole e la certezza dei tagli ti falcerà il tuo lavoro, magari a metà percorso, come è capitato a me.

Io in questo momento (mesi) sto scrivendo un libro per una casa editrice inglese, che ha scoperto i miei risultati leggendo la mia tesi di dottorato sul web, e mi ha chiesto un libro che presenti quei risultati e quelli conseguenti, a distanza di due anni dalla discussione. Una cosa normale, in una prospettiva non italiana… La scrittura di un libro richiede tempo, e il non rinnovo dell’assegno di ricerca mi ha messo in una posizione difficile: ho del lavoro di ricerca da fare ma nessuno mi paga per farlo. E non farlo sarebbe semplicemente un suicidio accademico! È un esempio di quello che intendevo per “ricerca a puntate, come le soap opera”: è chiaro che un libro, tra stesura, impaginazione e pubblicazione, ha una gestazione di almeno un anno. Ma la valutazione di un contratto annuale di ricerca è sul lavoro che dura meno di un anno, e tale valutazione è spesso vincolante per il rinnovo. Sempre che qualcuno non tagli i fondi, che è quello che è successo.

Come vedete, non sto commentando il DDL Gelmini, altri sono più preparati per farlo, a Varese lo ha spiegato bene Alessandro Ferretti. E questa è la terza sensazione: i ricercatori ci hanno messo la faccia, in questa protesta, non solo contro il DDL Gelmini, che non difende nessuno, tranne il 99% dei Rettori (io sono padovano di nascita, e plaudo al Rettore della mia città natale), ma soprattutto a favore un’idea di un’Università rinnovata, pubblica e libera. Pubblica, cioè dove l’agenda non viene fatta con criteri privatistici, cosa “conviene” nel breve termine da un punto di vista di mercato. L’Università non è un’azienda. Il suo scopo non è emettere fatture! Che non significa nemmeno sostenere le Università private, quelle serie, ma significa piuttosto CEPUizzare (neologismo orrifico quanto il suo neausabondo significato) l’istruzione, a partire dalla scuola, prima ancora di arrivare all’Università. Vuoi una laurea? Paghi, e l’avrai. Chissenefrega della qualità, del merito, della ricerca (“ah, perché, c’è anche quella?”).

La quarta sensazione che mi rimane è che in questa protesta non ci sono ricercatori o professori di zeresima (i precari), prima, seconda, terza, ennesima fascia: c’è chi aderisce e la sostiene e chi non lo fa. In altre parole, non è la protesta dei ricercatori, è la protesta che è partita dai ricercatori ma che è di tutti noi che facciamo parte dell’Università. In maniera propositiva la Rete 29 Aprile sta facendo parlare persone che prima non si erano mai viste in faccia (anche se magari facevano parte dello stesso Ateneo!) in nome di un’idea comune di ricerca e di didattica. Questi legami tra le persone sono fatti che rimarranno, al di là del DDL Gelmini.

Quindi sì, contro la CEPUizzazione e i rettori-imperatori (il Senato svuotato di potere, sembra la trama di Star Wars!) Una protesta che diventa proposta: dai ricercatori, con i ricercatori, per tutti, in particolare per gli ultimi, cioè i precari e gli studenti.

2 thoughts on “Le ragioni della protesta dell’Università

  1. Pingback: Ancora sull’assemblea del 7 ottobre | R29A – Insubria

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