Dal kung fu alla corsa

Correre di Frank Shorter
Sto per finire il periodo, durissimo, di dieta anti candida albicans, a cui mi sono sottoposto da circa 40 giorni: niente zuccheri in nessuna forma (quindi niente frutta fresca), niente lieviti (ciao pane!), nessuna fermentazione (niente tè nero, il tè verde invece sì), niente glutine (quindi cereali solo altamente selezionati: segale, grano saraceno, miglio, amaranto, e la mia salvezza, vale a dire il riso), niente carni rosse. Il tutto condito da varie pillole e integratori a base di zinco, magnesio e potassio – ho già parlato di quanto sia difficile bere l’Alkimo in un altro post. Di fatto sto mangiando carni bianche, pesce, riso, quei cereali, e verdure. Il tutto dissociato: se mangi proteine, niente cereali o riso, e viceversa. Ho perso sei chili e soprattutto si è sgonfiata quella pancia da incinto che mi trascinavo dietro da anni ormai, dove nessuno ci capiva niente. L’insulina è andata a posto, finalmente sono fuori pericolo. Così mi sono fermato un attimo a riflettere sulle mie attività per il corpo.

Quest’anno con il kung fu è diventato sempre più difficile: non ero più un principiante (era il quarto anno), e perdere anche solo una lezione significa perdere un certo ritmo, e vi assicuro che due volte la settimana è alquanto blando per poter proseguire in uno stile, quale esso sia. Inoltre, invece di mantenere il peso forma, uno degli scopi principali della mia scelta – come già dichiarato nel mio vecchio blog – ingrassavo. in più da Settembre prossimo la mia palestra si trasferisce, il che comporta un tempo addizionale in spostamenti che non sono in grado di mantenere, specie se sono a Varese per lavoro.

E vi dirò, miei cari venticinque affezionatissimi lettori, che mi sono un po’ stufato. È faticoso fare un’arte marziale. Richiede un impegno, un’energia, non solo fisici. Avevo la sensazione di uscire sempre più teso di lì, invece che più disteso. Con il qi gong è diverso, anche se il problema in un certo senso è l’opposto: se si parte su una china meditativa di mudra si passa a disciplinare la mente invece che a mantenere elastico il corpo. E la mia mente, francamente, è molto ben disciplinata. Ormai la tecnica del pomodoro la uso solo quando si lavora in team, perché quando devo lavorare da solo – e il lavoro di ricerca è per la maggior parte un’attività molto solitaria, dove incontri qualche compagno di viaggio per alcuni tratti – è addirittura controproducente.

Cercavo dunque un’attività che fosse (1) economica (2) non progressiva, cioè che non devi stare a imparare cose sempre più difficili (3) esaltante e non impegnativa (4) che non avesse menate sulla respirazione (sono un pneumafonista, e quando vedo quelli che fanno cose tipo yoga c’è da mettersi le mani nei capelli). Così mi sono preso un mezzo pomeriggio e sono andato nel reparto sportivo della Feltrinelli. Guardo tutti i vari manuali e mi basta vedere le copertine per scartarne il 90%. A un certo punto sono attirato dalla corsa – che, siccome noi italiani siamo imbecilli, oggigiorno chiamiamo “running”; che sfigati che siamo!

Comunque. Ho visto un po’ di manuali e stavo per buttare via tutto, perché i corridori sono dei maniaci del calcolo delle calorie e dell’alimentazione (stiamo già dando, grazie, che nessuno mi venga a dire come devo mangiare!) con esercizi respiratori che personalmente trovo buffi (un po’ il qi gong dei poveri, dove non sai cosa stai combinando) e la mania delle scarpe supertecno. Intendiamoci, non che queste cose non siano importanti: solo che se non devi vincere la maratona di New York forse è leggermente ossessivo come atteggiamento e un po’ scoraggiante, non credete? Per i patiti: ho scoperto che a Milano in viale Tunisia 35 ti fanno l’analisi dell’andatura per farti la scarpa da corsa personalizzata. Insomma, stavo per gettare la spugna quando sono capitato sul libro Correre di Frank Shorter, medaglia olimpionica a Berlino nel 1972. Un corridore di un’altra epoca. Le recensioni parlano di “periodo eroico”, “ingenuità” e altri commenti poco lusingheri. Il libro è inutilmente costoso perché ricco di fotografie di buona qualità ma spesso inutili, ma a parte questo è veramente un bel libro. Un libro semplice, pieno di buon senso, che accompagna il principiante fino a trasformarlo in agonista se ne ha voglia.

E ci sono consigli utilissimi su come fare un programma serio e costante. Tre corse alla settimana, tipo martedì, giovedì, domenica (due giorni lavorativi, uno no, è più facile da mantenere). Prima settimana 15 minuti di corsa consecutiva, poi crescita graduale secondo una tabella (17 minuti la seocnda settimana, e così via). A che velocità? Tipicamente tutti i principianti corrono troppo veloci: la velocità giusta, dice Shorter, è quella in cui riesci a conversare. Se si va molto piano fa niente, un po’ per volta si migliorerà. Perché non bisogna strafare? Perché altrimenti si va in anaerobico, che è il sistema d’emergenza, e non si migliora quello aerobico, che invece è il sistema che usiamo tutti i giorni. Shorter spiega che per circa metà corsa la mente vaga dove vuole, e noi la lasciamo andare, poi, d’improvviso, tutto si concentra su quello che sta succedendo in quel momento: la corsa. Per evitare di andare in automatico, è bene variare il percorso, evitare l’asfalto perché se si cade ci si fa molto male, evitare le ore calde, mettere il cappello d’estate, coprirsi bene d’inverno… Insomma, tutte cose di buon senso, che, prese singolarmente, sembrano banali, ma messe tutte insieme, e spiegate con il rigore teutonico da un lato e la semplicità americana dall’altro rendono le cose molto appassionanti.

Un’altra cosa che ho visto in giro che pensavo banale ma non è: non appesantirsi con pesi che sbilanciano! Vedo gente che al braccio ha una fascia con degli ipod enormi, poi corrono tutti asimmetrici perché il peso sul braccio li sbilancia tutti! Anch’io ho un ipod, ma è un ipod shuffle di seconda generazione, che attacchi ai pantaloncini come una molletta del bucato! E ho preso un contapassi, per calcolare i tempi. Eh sì, Shorter dice: 10 minuti di riscaldamento (e qui ho il protocollo del qi gong di Ma Li Tang per gli atleti che in 10 minuti scalda tutto il corpo) poi la corsa e infine il defatigamento, di 5-10 minuti.

L’altra cosa su cui insiste molto Shorter è il fatto di tenere un diario dei propri progressi. Poche righe, in cui si segnano le sensazioni, i risultati. Con oggi ho terminato la mia prima settimana, e ho deciso che terrò il diario qui, sul blog, con dei post intitolati semplicemente “Corsa”, sotto la categoria “corpore-sano”. Così vedrò i miei progressi, e so che avrò un silenzioso ma importante supporto da voi. A questo proposito, è divertente vedere le facce di chi ti conosce nel tuo quartiere e quasi non ti riconosce mentre fai gli ultimi minuti in ritorno a casa. Quei cenni di saluto ti servono, perché ti riconoscono come corridore. È una sensazione magnifica. Da provare.

One thought on “Dal kung fu alla corsa

  1. Pingback: the art of war

Leave a Reply

Please log in using one of these methods to post your comment:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s