Dune, trattato di psicogenealogia

A distanza di vent’anni ho deciso di rileggere la saga di Dune di Frank Herbert. Nella mia memoria di oggi, il mio io quindicenne era rimasto molto colpito da due saghe lette a breve distanza nei pigri soggiorni a Vittorio Veneto, dai nonni paterni, dove tutto era prevedibile e dunque nulla mai accadeva veramente. La biblioteca di mio zio Roberto fu la mia salvezza: collezioni intere di Cosmo Oro e Argento, con tutti i classici della fantascienza.

Per darmi qualcosa di diverso, mio zio mi prestò lo Hobbit e la trilogia dell’Unico Anello di Tolkien, corredato di un libriccino inglese che mostrava tutte le tappe del lungo viaggio della Conpagnia. Quell’estate fui folgorato, e per anni mi diedi al gioco di ruolo AD&D per vivere le mie avventure, naturalmente come master. Non riuscivo infatti a lasciar ardere il fuoco prometeico della scrittura e osare scrivere una narrazione completamente mia. Pensai erroneamente – spinto fai miei interessi letterari del tempo – che il bandolo risiedesse nella matassa linguistica che aveva forgiato la mia mente. Si trattava di un rilfesso fedele del reale, ma non della realtà. La realtà mi si dispiegò con forza di osso vent’anni dopo, quando ho fatto il salto dalla lettura della psocogenealogia alla pratica della stessa. Perché la magia esiste, è una forza interiore che guida il nostro cervello anceatrale, rettiliano. Ignorarla non è saggio. Il primo passo è stato scrivere il mio Quaderno dei Sogni, e intraprendere con coscienza la Via dell’onironautica.

Il secondo lo sto intraprendendo ora, è la pulizia dell’albero genealogico: il prossimo finesettimana sarà il terzo e ultimo incontro con Cristóbal Jodorowsky. E non è un caso che abbia ripreso la lettura della saga che tanto sconvolse il mio me quindicenne, Dune, che rimossi soppiantandola nel mio cuore-mente con quella tolkeniana.

Era troppo allora. Ma non oggi. Non tutti sanno che la regia del film era stata affidata inizialmente a Alejandro Jodorowsky, scenografie e costumi di Moebius, che rimasero. Il film previsto era fantasmagorico e delirante: l’imperatore doveva essere un vecchio Salvador Dalí, tanto per dirne una.

Leggere oggi la saga avendo mosso i primi passi nell’autoconsapevolezza psicogenealogica mi permette di capire come Herbert sia stato una sicura fonte nel percorso di ricerca di Alejandro, ci sono perfino i Tarocchi di Dune! Ciò che mi ha colpito così vividamente è una citazione dal Testamento di Arrakis ne I Figli di Dune con il quale chiudo questo post:

Questo il successo ottenuto da Muad’Dib. Egli vide il serbatoio subliminale di ciascun individuo come una banca di ricordi inconsci che risalivano fino alla singola cellula primordiale da cui tutti discendiamo. Ciascuno di noi, egli disse, può misurare la sua distanza da questa comune origine. Quand’ebbe accertato questo oltre ogni dubbio e l’ ebbe dibattuto dentro di sé, egli passò, audacemente, all’azione. Muad’Dib si attribuì il compito di integrare la memoria genetica con il bagaglio dell’esperienza attuale. Così, egli spezzò i veli del tempo, facendo una sola cosa del futuro e del passato. Quella fu la creazione di Muad’Dib incarnata in suo figlio e sua figlia.

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